QUELLO CHE SCRIVONO I NOSTRI RAGAZZI
                                         La testimonianza
     Reportage in zone pericolose: Non uccide soltanto la guerra

       Incontro con Traballi (Il Sole 24 ne), Hamid (Bbc) e Mushlaq (Al Jazeera)
 

«Il titolo della conferenza trae in inganno, oggi non parleremo di giornalismo in zone di guerra, ma di reportage in zone pericolose, nelle quali non necessariamente è in corso un conflitto». Ugo Tramballi, giornalista de "Il Sole 24 ore" e moderatore della conferenza, apre l'incontro di venerdì 23 aprile a Perugia, in occasione del festival del giornalismo, con questa precisazione. Accanto a lui Ruhi. Hamid della Bbc e Laith Mushtaq di Al Jazeera acconsentono ed è proprio la prima che spiega l'argomento che si affronterà nel corso del convegno. Documentarista per il noto canale britannico, la giornalista ha testimoniato, grazie alla sua telecamera, situazioni disastrose causate da calamità naturali e culture differenti da quella occidentale. Ha portato ad esempio degli spezzoni di filmati girati da lei riguardanti le conseguenze dello tsunami in Indonesia, nei quali si vedevano le interviste agli abitanti del luogo. Ruhi nel periodo delle riprese viveva con la popolazione locale, dormendo e mangiando dove capitava, perché sostiene che «solo entrando in contatto con le persone che hanno vissuto una tragedia simile si possano raccontare gli avvenimenti in modo reale». Questo metodo di giornalismo è stato da lei utilizzato anche per produrre il documentario sui matrimoni combinati in Pakistan. Argomento delicato da trattare, «soprattutto quando sei una donna sola in un ambiente dove il maschilismo è imperante». Eppure, ciò che è stato sorprendente è il fatto che non fossi vista come una donna, ma come una narratrice che doveva portare a conoscenza di terzi la cultura pachistana. Così avveniva che gli uomini la aiutavano, la proteggevano e le permettevano di mangiare con loro allo stesso tavolo, cosa impensabile per una donna locale. Il suo segreto, quindi, è quello di immergersi ed integrarsi completamente nella situazione che deve testimoniare, tentando di avere un punto di vista obiettivo attraverso gli occhi di chi vive in prima persona determinate condizioni.
Diverso è il caso dell'altro relatore, Laith Mushtaq, che fu il primo a riprendere per conto d i Al Jazeera gli eventi conflittuali avvenuti a Fal-lujah. Egli, infatti, viveva a Baghdad e quella che moriva a causa degli attacchi statunitensi era la sua gente. Laith racconta che lo scoppio della guerriglia cominciò con l'invasione graduale della città da parte dei mari-nes, la popolazione cercò di trattare invano e iniziò l'inferno. Egli rimase talmente inorridito da ciò che filmava che era quasi sul punto di ritirarsi per sempre dal mestiere, ma in coscienza non si sentì di lasciare sotto un velo di omertà ciò che stava succedendo e continuò a testimoniare quello che accadeva. In una delle sue riprese gli insorti iracheni lo scambiarono per una spia e minacciarono di ucciderlo, quando gli spiriti furono più calmi, furono loro stessi a contattarlo per pregarlo di portare a conoscenza del mondo i soprusi che i militari americani stavano compiendo. Egli, infatti, ritiene che il suo compito sia quello di descrivere una realtà il più oggettivamente possibile. «La telecamera, il computer, la penna, la macchina fotografica sono solo i nostri strumenti - conclude -, tutto dipende da come vengono usati; sono come un coltello: lo posso utilizzare per cucinare, oppure per uccidere». Alessia Anniballo Istituto tecnico Zanon

Alessia Anniballo Istituto Tecnico Zanon Udine